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Il Padre nostro? Un abisso di luce

Un luogo che unisce due borgate, una pieve a stringere la mano a chi sta “di sore” e a quelli “di sot”. Un paese, Cercivento, che sorge a pochi passi dalla pieve di San Pietro in Zuglio, ma allarga il suo abbraccio a una valle più distante, Gorto. Un luogo fatto per unire, insomma, come la giornata che ha rinsaldato il legame tra oriente e occidente cristiano usando come ingredienti la preghiera e la speranza, due elementi che, per qualsiasi cristiano del mondo, sono semplicemente vitali. Con la bellezza a fare da collante. Questo è stato vissuto a Cercivento sabato 20 luglio, in un sabato contraddistinto dal convegno «La preghiera sorgente di unità e pace», al mattino, e dall’inaugurazione della mostra «Dalle icone uno sguardo di speranza» e dalla Messa, nel pomeriggio.

L’intervento dell’arcivescovo mons. Riccardo Lamba a Cercivento

Moltissimi i presenti, i quali hanno avuto modo di ascoltare le parole dell’arcivescovo mons. Riccardo Lamba e del cardinale Oscar Cantoni, del padre ortodosso Dusan Djukanovic e del filippino padre Maurizio Botta. Proprio padre Botta, sacerdote della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, romano d’adozione, è intervenuto su Radio Spazio sul tema che ha portato al tavolo di Cercivento. «Il Padre nostro? È una preghiera “assoluta”!», ha affermato. La preghiera del Signore, l’unica che Cristo ha testualmente consegnato ai suoi discepoli, è stata al centro del suo intervento.

Padre Botta, perché il “Padre nostro” è una preghiera così importante?

«Il Padre nostro include desideri e profondità, non si finisce mai di scoprirla. I grandi santi che l’hanno commentata si sono fermati davanti alla sua grandiosità, mentre il Catechismo chiama il Padre nostro “sintesi di tutto il Vangelo”. L’unico rischio che vedo è trasformare questa preghiera in una formula, una “preghierina”, quando in realtà è un abisso di luce.»

A Cercivento si è parlato di ecumenismo: la preghiera del Signore può essere un segno di vera unità?

«Questo è certo: in ogni punto del Padre nostro potremo avviare un dialogo ecumenico, perché tutti crediamo nella Trinità e alla nostra unità con Cristo, il Dio vivente. Il vero problema è l’interpretazione della preghiera. Quando diciamo “sia santificato il tuo nome” intendiamo trovare ciò in cui «è santificato il Padre». Dicendo “rimetti a noi i nostri debiti” assumiamo che siamo debitori nei confronti di Dio, ma si dice anche, affermando “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, che Dio non ci perdonerà se non siamo noi a perdonare agli altri.»

Il pubblico intervenuto al convegno del 20 luglio a Cercivento

La preghiera in generale può essere anche un segno di comunione tra le Chiese? Pensiamo ai conflitti che coinvolgono anche la sfera religiosa, come tra Russia e Ucraina…

«Parto da lontano. Sono personalmente convinto che il vero problema del mondo occidentale sia la mancanza di tempo di riflessione: tutto è troppo veloce, non c’è mai spazio per l’essere umano di fermarsi per un tempo di pensiero, che sarebbe più che fondamentale. L’umanità deve essere in grado di chiudere la “porta della nostra camera” per aprirne migliaia di altre, compresa quella con Dio. Ai tempi dell’intelligenza artificiale siamo in grado di pregare? Se perdiamo questa tipicità umana, non riusciamo più a portare né pace, né speranza.»

A proposito, proprio la speranza sarà al centro del Giubileo del 2025. Il Papa ha voluto dedicare alla preghiera un anno di preparazione al Giubileo. Perché, secondo lei?

«Riprendo le parole di Gesù: “senza di me non potete fare nulla”. Sono parole dimenticate: penso che non ci sia protestante, cattolico o ortodosso che non sia d’accordo con queste parole. La domanda però è un’altra: le viviamo, queste parole? Molto spesso no. E si vede.»

E la speranza?

«La disperazione, cioè la non-speranza, è frutto dell’assenza di confidenza con il Signore. Quindi assenza di preghiera. Non sperimentiamo la “gioia piena alla sua presenza”, cerchiamo consolazione e ristoro altrove. Quindi la preghiera serve, eccome!»

Giovanni Lesa

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